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SHUHEI
MATSUYAMA:
L'ORIZZONTE VISIVO DEL SUONO
Vi sono eventi visivi
che dichiarano immediatamente ed esplicitamente il loro significato, la
loro volontà di comunicazione, il loro esplicito intento descrittivo
o narrativo; ed altri che nascondono invece sotto la pelle delle apparenze
intenzioni non leggibili a prima vista, messaggi visivi non decifrabili
facilmente, valori non riconoscibili alla prima occhiata. L’opera
pittorica di Shuhei Matsuyama appartiene al secondo ordine di eventi figurali
perchè dietro le vesti apparenti ed inoffensive di “paesaggi”
nasconde a ben vedere intenzioni e valenze che reclamano una occhiata
lunga ed insistita per essere disvelate e richiedono una “attenzione
riflessiva” che non ha a che fare soltanto con l’arte per
essere interpretate.
La proposizione immaginativa di Matsuyama, che si manifesta nelle sembianze
di tavole dipinte di sapore vagamente naturalistico, è in effetti
ispirata e “rappresenta~~ visivamente le molteplici significazioni
del “suono” che l’ideogramma” Shin-On” ha
nella scrittura e nella cultura giapponese.
Non si tratta evidentemente di un reale riconoscimento visivo perchè
Matsuyama dipinge “concetti sonori” difficili da trascrivere
e da ritenere, specie per un occidentale, quali ad esempio “il suono
del cuore” o “ il suono della fede”.
Come per “la statica figurazione del movimento” ,in altri
momenti storici della pittura, si può dunque parlare in questo
caso di una sorta di “silenziosa rappresentazione del suono”,
una operazione pittorica e concettuale in grado di far” vedere l’invisibile
e di udire ciò che non si sente”.
Non a caso il testo pìu interessante - e forse fondamentale per
la sua comprensione - finora apparso sull’opera pittorica di Matsuyama,
è stato scritto da Monique Sartor, con una vasta e complessa gamma
di elementi riflessivi e di riferimento, servendosi però di chiavi
di lettura che in definitiva poco hanno a che fare con l’arte e
con la cultura occidentali. In quel testo si parla tuttavia di “percorsi
sonori”, di “sguardo viandante”, di “suono invisibile”,
di concetti, vale a dire, che sono assonanti con quelli di un “riguardante
frontale” come può essere un critico d’arte, interessato
cioè alla sola manifestazione della pittura, alla sola organizzazione
del linguaggio espressivo.
Innanzitutto è evidente, allora, come il suono appartenga ad una
espressività di concezione astratta che precede l’apparizione
della forma e che si colloca dunque al principio della vicenda dell’uomo.
E’ perciò probabile che nell’opera di Matsuyama solo
uno “sguardo errante”, insistito ed ellittico,”uno sguardo
di ascolto”, si potrebbe dire, può giungere a riconoscere
la storia e la memoria dell’uomo e dello stesso artista.
Un artista giapponese che, non dimentichiamolo, vive tuttavia in Europa
da molti anni - in Italia - e che confronta dunque la sua espressività
visiva (non dico quella emotiva) anche con le vicende della ricerca della
pittura contemporanea e con la storia dell’arte del Paese in cui
opera.
Dinnanzi ai dipinti di Shuhei Matsuyama occorre allora mettere in atto
una sorta di strategia di avvicinamento ai significati che consenta di
evitare di cadere nelle numerose e fuorvianti trappole interpretative
ed emotive di cui essi sono disseminati.
Innanzitutto quella “naturalistica”, confondendo la sua “linea
del suono” - di solito orizzontale e centrale nell’immagine
- con il segno di un orizzonte, un confine tra cielo e terra che dovrebbe
indicare, scandire anzi, un paesaggio ideale.
Il suo segno - solco separa piuttosto il “sopra ed il sotto”
del limite di percezione di un “suo
no interiore” il cui ascolto avviene con gli occhi piuttosto che
con le orecchie, una sorta di “orizzonte del suono”, dunque,
un limite estremo “oltre il quale non si sente più niente”.
Interessante appare a questo punto notare che Matsuyama nei suoi lavori
esibisce la struttura stessa della pittura, la sua materia cioé
- il gesso, la carta, il colore - che si fa, alchemicamente, essa stessa
messaggio.
In questo senso l’artista giapponese assume chiaramente la convinzione
- e la responsabilità - che così come la poesia non si fa
con i sentimenti o con le intenzioni ma con il linguaggio, dunque con
le parole, anche la pittura si manifesta non con i significati (le descrizioni,
i racconti) ma con i suoi mezzi più specifici (ancora una volta
il linguaggio), vale a dire i segni (i gesti) ed il colore (la materia).
La carta di riso che Matsuyama utilizza per la costruzione stratificata
del supporto pittorico assume a questo proposito una doppia e fondamentale
valenza.
Da un lato è essa stessa materia esibita della pittura, parte integrata
del colore e infine elemento rivelatore della stessa immagine finale.
Dall’altro, come ha scritto esemplarmente Monique Sartor, “la
suggestione della sottigliezza e della leggerezza di questo elemento,presenza
ricorrente fin dall’antichità in molti riti religiosi così
come nella vita quotidiana e nell’arte giapponese”, inducono
ad assegnare alla carta una sorta di valenza magica e simbolica nell’opera
di Matsuyama, quella “strettamente ed intimamente connessa allo
spirito, alla parte eterna dell’essere”.
Le vibrazioni formali che le sue lievi increspature determinano nel tessuto
pittorico di Matsuyama,quei fremiti emotivi che addensano il campo di
apparizione della “linea del suono”, quella stesura progressiva
per strati che pare indicare diversi livelli di conoscenza dell’opera,
configurano perciò un evento che è formale ma anche sacrale
nel medesimo momento.
Lo stesso gesto che traccia il solco nella materia pittorica, del resto,
un gesto doloroso dotato di una sorta di significato sacrificale, è
condizionato dalla presenza della carta e “gli strappi e le lacerazioni
del suono” si verificano dunque in dipendenza di uno scontro, di
un conflitto con questo materiale che diviene così decisivo nella
manifestazione della proposizione immaginativa di Shuhei Matsuyama.
Viene naturalmente da osservare,a questo punto,come l’opera pittorica
dell’artista giapponese - pur avendo a che fare, inevitabilmente,
con molteplici lezioni storiche - possegga una sorta di autonomia formale
che si riflette su se stessa, che sembra nascere da una magica confluenza
di riferimenti culturali e forse perfino da una dilacerante dualità,
ma che si manifesta infine con una indipendenza espressiva che sembra
rispondere a regole interne di cui l’artista non da conto, configurando
per tale via un evento visivo che, al di là di ogni altra considerazione,
reclama in definitiva il solo diritto all’apparizione ed alla contemplazione.
Come avviene sempre del resto nelle opere d’arte e di poesia, nelle
quali è il linguaggio -quello verbale e quello visivo - a determinare
alla fine la caratterizzante “inevitabilità” della
loro manifestazione, ed il segno inconfondibile della loro persistenza
nel tempo.
Enzo
Di Martino
Venezia
15 aprile 1993

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