| Vigliano
biellese, 15 maggio 1999
Interlocutori: un Messaggero, un Mercante, un Monaco. Mer: possiamo cominciare da un punto qualsiasi. lì problema dell’origine del resto non conta. Importa che ci sia un inizio. Mess: forse non ogni punto fomisce un utile accesso. Dato che a me compete la domanda: che cosa ne pensa il nostro ospite e amico? Mon: Bandirei ogni cautela se disponessi dell’essenza della cosa, se sapessi dirvela con chiarezza. Eppure occorre pur sempre un indugio, una attesa. Ogni volta mi avvicino a una porta che non mi èconsentito varcare e io me ne sto lì, a far brillare incensi, ad annusame il fumo mentre me ne sto in silenzio. Mess: D’accordo, solo così la nostra povertà assume i caratteri dell’offerta. Ogni costruzione di forme prende origine da un inchino al vuoto, o sbaglio? Mon: Non c’è vuoto nè pieno, c’è chi, una forza originaria che li supera e li sorregge. Mer: ecco l’inizio, e anche l’origine, evidentemente. Mess: non credo sia cosi agevole. Eppure non sappiamo
dire molto di più a riguardo, con le nostre vecchie distinzioni.
Che cosa è questa forza, è forma, è contenuto? Se
si tratta di impulso vitale, in che relazione sta con la struttura che
la accoglie? Come sorge un margine, dove va posta la cornice - tra il
dentro e il Mer: in omaggio alla tua tradizione, di vecchie domande ne puoi fare quante ne vuoi. Tutte frecce fuori bersaglio. Le cose cambiano in fretta. Anche in base a una certa saggezza marxiana, vediamo dissolversi nell’aria tutto ciò che è solido. Chierici, umanisti e intellettuali organici, non ce n’è uno che ci spieghi come vada a finire. Mo: cosi, nello zen, conta piuttosto l’assetto nel tiro che non il bersaglio. Mess: attenendoci a questo spirito usiamo pur sempre, tuttavia, il nostro linguaggio. La prima cosa di cui mi accorgo è un certo fascino del frammento. Mer: sì, ma non c’è tutto l’estetismo che già intravedi, manca il ripiego su di sé dell’anima romantica. Mon: uso il colore rosso, per esempio, d’inverno. L’azzurro d’estate. Se guardi, dopo un poco di tempo, la luce avrà creato effetti diversi sulla superficie. L’orientamento al sole, la qualità dell’aria e la direzione dello sguardo mutano l’oggetto. Mess: Avventure della percezione. L’ambiente accoglie
le singole opere come differenti vibrazioni di uno stesso insieme. L’opera
stessa vibra di sue consonanze ogni volta diverse. È la natura
del suono con molti significati, Shin on. lì quadro stesso si pone
come scrittura ideogrammatica, quasi potessimo pronunciano, per così
dire, e non farlo oggetto di contemplazione. La Mon: Lavoro mettendo in rilievo una zona centrale o due laterali. Sfumo e diluisco ciò che vi sta intorno, come in un acquerello. lì supporto stesso mi aiuta a variegare la forma, che sia carta di riso o un pannello di ferro arrugginito. Qua e là, a volte, spargo una polvere d’oro. Mess: non si costruisce una cosa, ma si evoca un processo... Mer: Sì, ma considera che l’improvvisazione non dà come risultato gli effetti del caso. Pollock e gli altri mimano pur sempre una ricorrente ossessione occidentale. L’alternativa tra caso e fato è una specie di prigione per il sentimento dell’individuo.. .tutte illusioni moderniste, icone vuote... Qui contano le stagioni, l’intervento dell’energia universale, messaggi persino etici il cui senso inaspettato rinnova la dimensione puramente formale. Mess: Per associazione di idee, o di figure, vedo un’alba.
Me lo permette un inconscio collettivo. Forse la stessa forza originaria
che sta alla Mon: A nutrire il vedere è la meditazione, risultato e insieme stimolo. Mess: Tornando all’haiku, mi pare che ci sia una analoga apparenza di facilità ingannevole. Tre versi. Più che un retorico epigramma, semplici impressioni. Inserto breve e profondo, come una incisione, in un testo immaginario offerto dal sentire e dal percepire. Mon: A rinnovare entrambi serve appunto il meditare. Altrimenti si tratta davvero di puro vuoto, inconsolabile lacuna interiore, come forse capita nella dispersione cui i sensi sono il più del tempo indotti. Mer: dicevo dei significati etici per indicare questo. Un discorso sull’impiego comune dei sensi. Mess: Ora vedo forme allungate in un torrente congelato. Se guardo meglio, sotto il sottile strato che forma il ghiaccio, ci sono movimenti. Mer: Siamo investiti da milioni di immagini ormai senza
codice. Chi Mess: Ciò che più mi colpisce di questa ricerca è l’esattezza con cui si compie. Le impressioni qui non sono oggetto di consumo vago e indefinito. Nella vaghezza si esprime uno dei valori del bello europeo. Qui l’immagine, oltre a coinvolgerci facendosi ambiente, replica fantastica del paesaggio, offerta di dimora, si dà come proposta di misura. Può anche valere come scelta etica, d’accordo, come invenzione di mondi alternativi, ma lo è proprio in quanto risponde a perfetti e segreti canoni, a imprescindibili leggi. Ospitalità che fornisce il limite, anche nel senso di una dimensione minimale. Ma chissà se la mia fantasia corrisponde davvero a una regola, se l’esattezza di cui parlo rientra nel campo d’attrazione di quella forza, primordiale e indefinibile, cui accennavi prima. Mon: Lo concedo volentieri. lì colloquio felicemente ci svia dalle nostre strade e ce le fa rivedere come nuove. Mess: Si, ma temo che le mie analogie si vadano facendo sempre più labili. Mer Non occorre che ti giustifichi. Torna sui tuoi passi.
È vero, Kurosawa fa entrare i suoi personaggi nei quadri di Van
Gogh. Mon: Già, e i quadri o le installazioni si devono allo stesso senso del finito, derivano dallo stesso bisogno di completa nettezza. Mess: In questo gioco di rimandi e di riflessioni incrociate ciò che risalta infine è lo scambio della luce. Così avviene tramite le immagini, e in simile modo il colloquio ci ha concesso di venire ospitati e protetti dallo scambio. Mer: Beh, in questo rivendico la mia funzione. Mon: E noi la riconosciamo. Mess: Perciò occorrono più specchi e più
punti di vista. La diversità di prospettiva garantisce salute nello
sguardo. Non ci rinuncio ma, pur comprendendo il retroterra dei significati,
la profondità del segno, soprattutto ripercorro i confini incerti
della immagine. Grandi strisce luminose si compongono con necessaria lentezza
in un diffuso chiarore. La linea che divideva i due ambiti è divenuta
una escrescenza. Essendo generata dallo stucco, presenta un colore grigio
fluorescente, ma sembra più che altro imporsi, e rompere come lava
di vulcano, nata per fattiva suggestione da acquerelli generosi. Piccola
maestà della pietra. Ruggine che si riscopre nobile omamento. Si
individuano polveri, scaglie di ulteriore luce preziosa, imprigionate Mon: è proprio ciò che intendo. Mario Vijiak |