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In
principio è il Suono
Ciascun percorso, ciascuna frammentaria esperienza del
corpo del mondo, lungo il cammino offre alla vista e allo sguardo umano
immagini che ‘dicono, che muovono alla lettura e all’ascolto.
Come avviene l’ascolto di un’immagine? Essa, pur situandosi
nel ‘reale’, diventa immediatamente parte della nostra memoria,
si va a ricongiungere ad altri frammenti di memoria, produce associazioni
e rinnovato movimento interiore; ciascuno, infine, di un’immagine
ascolta, inavvertitamente, ciò che del ‘se stesso’
meno nota in essa-risuona. Ciò che le immagini raccontano all’uomo
e dell’uomo e ciò che attraverso esse l’uomo racconta,
concerne qui quel filo-tessuto
simbolico-interpretativo che dall’antichità permette all’
esistenza umana di svolgersi in un ritmico mosaico di tempi e spazi, all’interno
del quale la vita è alimentata e provocata dalla mai risolta questione
dell’unità e separazione di Realtà e Verità.
lì cammino di questi giorni mi conduce alle opere di Shuhei Matsuyama.
Guardo queste immagini, e Matsuyama me ne legge il suono. Cerco di giungere
ad una interpretazione simbolica della materializzata trascrizione simbolica
<certo non letterale) di questi suoni, ma il voler tradurre questa
congiunzione di pensiero pittorico (per immagini) e pensiero musicale
<per suoni) in un territorio circoscritto, per quanto proliferante
di possibili simboli, si rivela un eccesso. Da tempi antichissimi l’Oriente
(soprattutto il Giappone), ha affinato esperienza e sapienza di linguaggi
rituali e linguaggi simbolici di trasposizioni di macrocosmo in microcosmo
attraverso arti che investono di rigore e di sottile poetica la valenza
simbolica di ogni gesto, di ogni presenza la cui origine si situi nel
coniugarsi del fare umano all’affinamento estremo della sensibilità
estetica e alla vita. Non si tratta tanto di una particolare attitudine
all’arte quanto ad una particolare attitudine alla vita, intesa
essa stessa come quotidiana pratica
d’arte.
Nell’elaborazione di questi linguaggi artistici che concernono una
nozione di arte assai più ampia di quella Occidentale e comprensiva,
senza distinzione di valore, di quelle che per noi sono dette “arti
minori”, tutto apparirebbe sostenuto da regole che concernano il
portare alla luce, nella creazione o nel gesto artistico, un ordine non
trascendente le cose, ma ad esse soggiacente, da esse sotteso. L’ordine
che si viene a costituire è tessuto al tempo stesso del naturale
disordine, in quanto esso non concerne tanto una volontà di perfezione
o assolutizzazione quanto un desiderio di armonia e equilibrio,creati
grazie all’interagire
dell’imperfezione, dell’assimetria, dell’irrazionale,
del suddetto, articolato e inconsapevole disordine. L’ordre e beautè
di cui parlava Baudelaire, va situato al di là dell’opposizione
dello iato tra rigore della razionalità e libertà intuitiva
irrazionale.
Le opere di Matsuyama provocano ad andare oltre i confini tra differenti
percezioni sensoriali, verso una forma di visione-ascolto dell’immagine-suono
che dice di una già nota ricerca sinestetica. Ne sono stati e ne
sono animati certi artisti, ogni qualvolta il desiderio non può
essere colmato dal visibile, ma necessita un acuirsi della
facoltà percettiva e cognitiva, per giungere ad “illuminare”
ciò che dell’esperienza è essenza criptica, indicibile,
sfuggente a qualunque elaborazione intellettuale.
Matsuyama ha creato opere in cui la riduzione tematica ad unità
significante (la linea-suono) si scrive nella continuità e nel
rinnovamento. Le differenti opere potrebbero leggersi, dopo averle ‘contenute’
nello sguardo ad una ad una come variazione su un tema, per usare un’analogia
musicale. lì tema è il suono, in questo caso materializzato,
reso visibile, e Matsuyama, attraverso l’essenzialità del
soggetto artistico, ne suggerisce il carattere primordiale, la valenza
del principio originario della vita. Nell’antica tradizione filosofico-religiosa
indiana, l’universo fu creato dal canto di Prayapati, il Dio della
creazione. Presso gli aborigeni australiani, i miti della creazione narrano
di “creature totemiche” che, nel loro cammino attraverso il
paese, diedero vita a ciascun elemento cantandone il nome. Noi occidentali
sappiamo della virtù creatrice del Verbo, ma sappiamo anche di
quanto nei secoli l’arte dei suoni sia stata connessa all’espressione
dell’ordine cosmico e divino, grazie, oltre al suo particolare linguaggio
affine a quello matematico, anche al suo essere la più astratta
fra le arti. Ogni cosa, alla nascita, si distingue e si separa dall’indifferenziato,
dal Nulla o dal Caos che precede l’origine. Simbolicamente, ogni
nascita è scritta da un nome. Matsuyama, pur non entrando in questa
questione, dice che ogni cosa ha, od è (rappresentata da) un suono.
Da qui procedo e la traccia-’suono’, continuando ad osservare
le sue
opere, si fa ritmo, regolare o irregolare. Ritmo è ciò che
permette all’umano di ‘misurare, nel senso di conoscere, il
proprio muoversi fra spazio e tempo. Cosi come l’orecchio percepisce
il ritmo nel tempo musicale, l’occhio coglie il ritmo nello spazio
dell’opera. Qui si propone allo sguardo di percepire il ritmo della
linea-suono che si svolge nello spazio-tempo dell’opera. Per un
musicista la musica non è soltanto ciò che si suona o si
ascolta, ma innanzitutto ciò che si legge e si scrive. La linea
melodica può essere trascritta graficamente attraverso l’unione
delle note che la compongono, e qui appare il profilo di un’onda.
Le linee di Matsuyama sono irregolari, a volte interrotte, costituite
da punti cromatici sfumati a rilasciare un eco, oppure continue e dal
corpo asimmetrico, o leggermente sinuose, o ancora inscritte in intersezioni
di piani orizzontali e verticali che amplificano e variano nel tempo e
nello spazio la visione-ascolto dell’opera. Simili a linee melodiche,
ciascuna comprendente le proprie variazioni. Questi suoni, in quanto astrazioni,
provengono dalla realtà sensibile ma non appartengono ad essa,
non sono da udire, ma da ‘sentire’ interiorizzandoli ed interiorizzando
lo spazio-tempo del gesto dell’artista. In queste opere l’immaterialità
dell’astrazione coincide con la materialità dell’immagine,
il silenzio coincide con il suono. Ad osservarli con accortezza, questi
suoni sono cromaticamente più vicini al silenzio che alla voce,
alla nota musicale. Indubbiamente, molti di essi emergono da circostanti
luoghi silenziosi, o da un appena percettibile risuonare di acque. In
principio, è il Silenzio? E un istante dopo, il Suono
del cuore? Lao-Zi principale esponente del pensiero filosofico taoista,
disse:
“Il Ritorno, è il movimento del Dao (la Via)”. Silenzio
e suono di generano vicendevolmente. Nell’inarrestabile movimento
circolare e ciclico del Dao, esiste un punto in cui essi, semplicemente,
coincidono.
Monique Sartor

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