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Tra coloro che a un certo punto della loro vita hanno abbandonato la patria di origine e si sono trasferiti in un’altra parte del mondo, in una terra molto distante dalla loro non soltanto in termini di spazio ma anche per ciò che riguarda la cultura, le concezioni estetiche, i modi di vita e di pensiero, c’è anche Shuhei Matsuyama. L’impronta di una civiltà che ha conservato per secoli intatte le proprie caratteristiche, aprendosi definitivamente all’Occidente soltanto verso la fine del XIX secolo e rinsaldando i suoi legami con il nostro mondo specialmente dopo la seconda guerra mondiale, non gli ha certamente impedito di acquisire con il passare degli anni anche una conoscenza approfondita delle abitudini, dei modi di vita e delle tradizioni culturali locali. La proficua ricerca spirituale e artistica iniziata nel suo paese d’origine all’insegna della filosofia Zen, è proseguita per lui in Occidente in modi che rivelano una nuova consapevolezza espressiva all’insegna dei valori occidentali pur nella piena, armoniosa consonanza del pittore con il mondo della natura, che rappresenta il fulcro di tutta l’arte orientale. Più della religione, che pure ha avuto la sua parte, hanno influito infatti sull’arte orientale determinati caratteri della filosofia Zen, come lo spirito di contemplazione, la ricerca della pace interiore, la tensione verso una suprema armonia nel pieno rispetto delle leggi naturali. Con il suo universo di forme, linee, colori l’arte giapponese appare volta a celebrare soprattutto le bellezze della natura in modo immediato, senza il filtro condizionante della religione, com’era successo per secoli in Occidente. Oltre a quello legato al pensiero filosofico, alla natura e alla religione vi è poi, tra i diversi livelli di lettura propri dell’arte giapponese, anche quello legato alle emozioni interiori, alla sfera più intima dell’uomo. E le vie per esprimere le vibrazioni dell’energia interiore possono essere veramente molteplici. Matsuyama
tende a trasferire direttamente sulla tela l’esperienza emotiva
e a “modellarla” per mezzo della linea, del colore, della
luce, senza troppi mascheramenti illusionistici o richiami simbolistici,
a testimonianza di uno sforzo teso a liberare la pittura dagli impedimenti
del ricordo, dell’associazione, del mito e di quanto costituisce
la zavorra della pittura occidentale. Egli cerca di stabilire un contatto
immediato con il mistero dell’uomo, della natura, della vita,
della creazione. Tutto ciò tende soprattutto alla rivalutazione dei valori intuitivi, spirituali, metafisici, svincolando l’artista dalla necessità del disegno, della troppo precisa distinzione delle forme e perfino della troppo grande varietà cromatica per una rappresentazione efficace e assoluta della verità spirituale. Rimangono soltanto dei campi di colore più o meno materico, intenso, omogeneo, sfumato che esprimono la transitorietà e la mutevolezza della realtà attraverso variazioni luminose. Il paesaggio, che in alcune composizioni riusciamo a malapena a percepire e in altri vediamo formarsi in modo abbastanza distinto sotto i nostri occhi, rappresenta forse soltanto un incidente, una combinazione fortuita di stesure cromatiche, di variazioni luminose che danno alla superficie pittorica la parvenza di un dipinto appartenente all’area espressiva della pittura moderna occidentale. Josko
Vetrih (prevod v slov.: Vili Princic)
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